La sanità di Obama sta male. Molto bene

Ieri la Corte d’appello federale di Atlanta ha giudicato incostituzionale la riforma sanitaria di Barack Obama, accogliendo il ricorso presentato da ventisei amministrazioni statali. Pur non avendo riprodotto perfettamente il pronunciamento della corte immediatamente inferiore – che aveva sbranato la riforma in più punti – i tre giudici della Georgia hanno limitato il loro parere negativo all’obbligo per ogni americano di acquistare un’assicurazione medica.
8 AGO 20
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Nelle motivazioni della sentenza si legge che “l’obbligo contenuto nella legge eccede i limiti del potere del Congresso” e nella fattispecie viola la “clausola commerciale”. “Quello che il Congresso non può fare sotto la clausola commerciale – continuano i giudici – è imporre agli individui di contrarre una polizza con una compagnia assicurativa privata dal momento in cui nascono a quello in cui muoiono”. La chiave del pronunciamento sta dunque nella negazione della libertà del singolo in nome di uno stato assistenziale che sancisce obblighi intorno a un bene, la salute, che nella concezione americana del diritto pertiene esclusivamente al singolo.
Un’altra corte federale aveva concesso il nulla osta alla riforma, ma il pronunciamento negativo di Atlanta rilancia la disputa a un sempre più probabile appello definitivo alla Corte Suprema, dove peraltro i giudici conservatori – teoricamente più inclini dei colleghi progressisti a criticare l’ipertrofia dello stato – sono in maggioranza; la Casa Bianca dice che “alla fine la riforma sarà giudicata conforme alla Costituzione”, ma la sentenza di Atlanta sembra rispecchiare questi tempi di arcigna ribellione contro l’invadenza dello stato nella vita delle persone. La riforma sanitaria di Obama indulge ai precetti assistenziali, violando nella sostanza quello spirito individuale che ha orgogliosamente plasmato la “land of the free”. Gli occhi europei, quindi non viziati dalla tifoseria, di Alexis de Tocqueville lo avevano già osservato: “Non ci sono diritti individuali trascurabili a tal punto da essere arbitrariamente sacrificati”.